Genova, 21 luglio 2001

21 May 2008 Comments Off

di Ennio Serventi

Da Sturla fino all’antico borgo marinaro di Boccadasse la strada era tutta piena di gente. Nessuno starter aveva dato il via ma la gente, la tanta gente, si era mossa da sola forse spinta da quella nuova che i pullman scaricavano in continuazione vicino a quel campo sportivo. All’incrocio di certe strade della borgata marinara noi avremmo dovuto incontrarci con altri compagni provenienti da diversi luoghi e con loro costituire la nutrita retroguardia che, nella strategia dei piani, avrebbe fatto da tappo di chiusura al corteo.
Mancammo quell’incontro strategicamente predisposto; sospinti in avanti dalla corrente del corteo passammo Boccadasse, ci ritrovammo in corso Italia in marcia verso il ponente, involontariamente separati dagli altri gruppi di partecipanti cremonesi.
Procediamo con passo sufficientemente rapido, il ritmo dell’andare rallenterà più avanti forse per il continuo arrivo di gente nuova che ingigantisce il corteo. Più in là, molto più in là, alla linea dell’orizzonte in direzione del lontano Palazzo dello sport e della Fiera Internazionale un fumo come nebbia sale sopra i palazzi.
Poco più in alto di quelle case volteggia e rivolteggia in continuazione un elicottero; diventerà con la sua presenza e con il continuo assordante e ritmato sempre uguale battere delle pale uno degli incubi di quella giornata. Nessuno canta, nessuno lancia slogan, si sente il brusio delle tante parole scambiate e lo strascicare dei passi sul selciato.
Sulla destra un muretto fa da limite ad un profondo prato. Là in fondo, distante dalla strada, la bassa sagoma di un edificio pubblico, forse una scuola o un ufficio postale. Uno che ne ha il comando schiera il suo plotoncino di uomini in armi, forse dieci, in una inutile ostentazione.
Carlo Giuliani era appena stato ucciso nel pomeriggio di ieri e dal corteo, che va diritto per la sua strada, partono fischi.
Sono i primi poliziotti o carabinieri che incontro. Mi impressiona la differenza dell’aspetto fra questi nuovi tutori dell’ordine e quelli dei miei ricordi: maschere, elmi con visiere, gambali, scudi grandi e manganelli di lunghezza raddoppiata, gambe divaricate; fasciati di scuro niente dell’umano del corpo esce da quelli scafandri.
Mi appaiono giganteschi nelle loro divise imbottite. Incutono timore a guardarli. Noi siamo rimasti quelli di sempre, con le nostre bandiere, i canti e le grida. Loro no, non sono più quelli di Valle Giulia cari a Pasolini. Provengono, forse, dalle stesse “trezzere” e tratturi percorsi un tempo dai loro padri ancora bambini e dai padri dei padri.
Avi che andarono con asini e bandiere nelle terre del latifondo e del demanio, rivendicarono il lavoro e l’assegnazione di quelle terre incolte alle costituenti cooperative come indicato dai decreti del ministro Gullo. Ricevettero in cambio anche le scariche di Portella della Ginestra. Storie di padri e di nonni, non sono più le loro storie, la caserma li ha cambiati.[...]

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