Sconfinato garage

20 May 2008 Comments Off

Racconti di P.

 

«Tutto va veloce, le cose, le persone, io stessa, e sempre con quell’aria intorno assolutamente neutra, ovattata, come si trattasse di un sogno al suo culmine, all’incrocio esatto tra bisogno e desiderio.» (P.)

C’è gente che trova fatto naturale il respiro. Allo stesso modo, la scrittura per P.

Questa è l’evidenza che raccolgo ogni qualvolta ho la fortuna di imbattermi nelle sue storie. Ché raccontare scrivendo, per P., è un fatto naturale, così come mettere un piede dietro l’altro mentre si cammina.

Le sue parole fluiscono acconsentendo a un’inevitabilità di narrazione che avviene mentre la storia si fa. Questo dipanarsi ineluttabile accade sotto gli occhi del lettore in un modo liquido, il perseguire dello sguardo sul pelo dell’acqua di un fiume.

È una scrittura acquatica, quella di P., che scorre e trascina, ma non tracima mai, asseconda l’argine d’una sponda che contiene, con eleganza, l’irruenza d’un elemento mobile che di per sé sembra indomabile se non contenuto in una qualsiasi forma. E lo stupore di seguire il moto ondoso delle sue parole è, allo stesso tempo, quello di vederle libere di farsi strada da sole mentre lui solca, paziente, un canale per dar loro una direzione lasciando comunque l’arriccio della spuma e una certa anarchia che possa sorprendere lui stesso nel momento in cui le disciplina.

È una scrittura di respiro, quella di P. Il respiro dei pesci, dove come per incanto tornano, torna tutto, respiro, profumi, stagioni, e sembra di vedere le cose per la prima volta, attraverso occhi che sono, di volta in volta, occhi di cane, occhi androidi, occhi che trapassano i finestrini d’un treno, occhi di bambina, di vecchio, di donna, come se, nell’atto di operare una scelta di narrazione, una voce solista si impossessasse di lui dicendogli ora tu ti fai da parte e parlo io. E P. riuscisse, in modo magistrale, a modulare le corde vocali plasmando altri timbri, altre dolorose intensità, e iperboliche altezze da cui sbirciare il mondo, e i fatti, da una prospettiva angolare, dall’orlo di un baratro, da una porta socchiusa appena su un sorriso sghembo, una risata, una malinconia di passo, una musica.

Ed è scrittore multiforme, P. Uno di quei vecchi cantastorie di paese, con tutti gli arnesi in spalla, tavole colorate e bacchetta di legno per illustrare le scene, quei cantastorie che facevano folla, radunando attorno a sé tutti coloro che volevano ascoltare una storia, ancora una, l’ultima, ancora un’altra prima di andare via e ritornare alla vita, alle cose di sempre. Perché ogni volta che si comincia a leggere un racconto di P., ci si chiede, quale sarà la voce, ora? dove mi porterà questa parola? e quest’altra? e quest’altra ancora?

È un narratore umile, P. Si fa da parte. Lascia scivolare i suoi frammenti nelle bocche altrui. Raramente dice io, e quell’io è sempre altro ed è sempre un po’ di lui che si mescola e si fa contaminare, liquido, come l’acqua che assorbe le aniline e gli acquarelli, come il respiro che fluisce dalle narici dopo aver raccolto dal sangue ciò di cui è necessario disfarsi per divenire, ancora, e ancora, vita.

Perché non gli piacevano, le immagini nitide. Non prestava attenzione alle figure perfettamente scolpite,  al contorno preciso o al colore netto. La fantasia, la sua, non riusciva  a restarne in qualche modo scossa, colpita. I colori, diceva sempre, avevano la necessità di mischiarsi, di sbavare, di fare  spessore, materia.

Ed è quello che lui mette in atto ogni volta che si appresta a raccontare. Mescola, sbava, fa spessore, materia di cose volatili come le parole. Le plasma, le contiene lasciandole andare, le respira.

P. è lo spettatore della quinta fila, è un giullare volontario, è quello che guarda tutto ma non tocca mai, e scrive, scrive, è l’omino che costruisce i calendari, è colui che disegna la mappa del tesoro, siede contromano per veder sfilare il paesaggio all’incontrario.

Trovo nei racconti di P. l’accenno di tracce stilistiche di certi grandi narratori. Il surrealismo di Buzzati, il lirismo d’un certo Calvino, il tono asciutto di alcuni scrittori americani, in un amalgama personalissima e dal tratto distintivo che irretisce il lettore e gli fa trattenere il fiato, scorrere con gli occhi le righe per sapere come va a finire.

E lui, scrive, inconsapevole – ma fino a che punto? – mi siedo, alzo gli occhi alla finestra e brindo a quell’applauso senza dirlo, sorrido e penso che forse ci sarò ancora domani, e suonerò per lui, per quello spettatore invisibile e sincero, piccolo re fuori campo, domani ancora, come fosse la prima sera.

E il fatto che P. sia anche un uomo cortese, oltre che un ottimo cuoco e un incantevole ballerino, nulla aggiunge alle sue indubbie capacità letterarie, ma sicuramente strappa un sorriso in più. L’ennesimo.

Piera Ventre

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