Bandiera bianca

16 April 2008 Comments Off

di Ennio Serventi

Il cortile, la gente, i lavori, la giornata del 9 settembre 1943 nella casa di
via Bissolati 11
La battaglia alla porta centrale della caserma Manfredini vista attraverso gli occhi di un bambino

La chiamavano, non ho mai saputo bene il perché, “la saléta”. Delle tre stanzette che costituivano il nostro appartamento era certamente la più bella e la più vivibile. Sovrastata da una soffitta era parzialmente riparata sia dal sole che dal gelo. Le altre, coperte da una terrazza, erano alla mercé dei rigori stagionali. Le chiamavamo “i piombi di Venezia”. La “saléta” prendeva aria e luce da una piccola finestra, la”finestrìna” la chiamavamo noi per le sue ridotte dimensioni più che per un eccesso di affettuosità nei suoi confronti. Non era possibile sporgersi, poiché era munita di una robusta grata di ferro sopra la quale era stata stesa, saldamente ancorata al muro, una rete metallica a maglie molto fitte. Nessuno oggetto avrebbe potuto cadere al di sotto. Affacciandosi, lo sguardo poteva anche spaziare lontano oltre una teoria di tetti, di giardini abbandonati e di cortili per i giochi dei bambini ed incontrarsi con la fantasia. Erano gli interni delle case che si affacciavano sulla via Ruggero Manna, parallela alla nostra. Il cortile dell’asilo infantile “Brigida Zucchi” con un portico ed una vetrata; un susseguirsi di tetti diseguali, al termine dei quali si vedeva il piano alto ed il tetto del distretto militare; il giardino inselvatichito di casa Manara, più in là, la terrazza ed il giardino del dott. Nolli.
Il giardino di casa Manara era il più affascinante. Aiuole dai contorni sgangherati, cespugli di fiori una volta coltivati, residue tracce di vialetti e sentieri invasi dal crescere disordinato delle siepi che una volta li delimitavano, alberi di melograno che consumavano i loro frutti. In alto, all’angolo del fabbricato, un balcone con una bella ringhiera barocca. Un tralcio di glicine con le radici nel giardino si arrampicava fino al balcone ombreggiandolo con la sua chioma e con i suoi abbondanti azzurri fiori, che vagamente richiamavano nella forma grappoli d’uva. Nel giardino il vecchio Bottesini, che io ho sempre visto con il cappello in testa, disponeva in belle file le statuine di gesso, che lui artigianalmente fabbricava, perché asciugassero all’aria ed al sole. Aveva il suo laboratorio nel vecchio rustico che occupava un angolo del giardino al quale si poteva accedere attraverso una grande porta anche da via Bissolati. In questo dedalo d’interni, proprio a ridosso del muro di confine con la nostra casa, a perpendicolo con la “finestrìna” c’era (c’è ancora) un piccolissimo cortile. Era la parte della casa di via Bissolati, affiancata alla nostra. Ed in quel cortiletto nel quale noi non riuscivamo a guardare, nel pomeriggio di quel 9 settembre si rifugiarono alcuni soldati italiani nel tentativo di sfuggire alla caccia dei tedeschi
Le cose, in quella casa di via Bissolati contrassegnata dal n. 11 della vecchia numerazione (ora 21), quel 9 settembre del 1943 andarono così.
Cominciò così, quella normale mattina di quella eccezionale giornata.
La sarta del secondo piano, come le veniva imposto dalle necessità della vita, era sveglia già da qualche ora. Seduta sopra il tavolo della saletta, con una gamba accavallata sull’altra che poggiava sopra una sedia, era intenta al suo lavoro. La testa china, con una mano reggeva il lembo di stoffa che con rapidità andava riempiendo di piccoli punti.
Con veloce gesto ed uguale cadenza nel tempo il braccio destro si abbassava e si rialzava estendendosi per tutta la lunghezza che gli veniva concessa dalla gugliata che andava sempre più accorciandosi. Alla necessità del suo ricambio il movimento si sarebbe interrotto giusto il tempo di svolgere da un rocchetto un nuovo pezzo di filo.
Non andava spezzato, il filo, ma diviso da un taglio deciso fatto con gli incisivi, evitando così che il capo si sfilacciasse e rendesse difficoltosa la sua infilatura nella cruna. A questo punto l’andare e venire del braccio sarebbe ripreso. Era questo un lavoro che aveva una sua meccanica ripetizione e lasciava la mente libera di seguire altri pensieri. Molto spesso cantava. Canzoni d’amore o di filanda. A volte erano anche canzoni con contenuto politico dove si parlava di “umanità offesa”, di “sol dell’avvenire” e di “riscatto”. Antichi vecchi canti che mantenevano intatta la loro attualità, imparati prima che venissero vietati da una legge. Ma questi le sgorgavano, non c’era legge che tenesse, lei li cantava. [...]

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