Nuvole deserte

8 April 2008 Comments Off

di Barbara Delfino

Dal finestrino del pullman mi accorgo, all’improvviso, che anche nel caldo possono esserci le nuvole. Ho un momento di scoramento: se il caldo è caldo, a maggior ragione la nuvola, che è fredda, non dovrebbe interrompere la perfezione di un cielo che entro poche ore sarà bollente.
E invece no. Mi sfrego le braccia coperte dall’abbronzatura. Sono le sei e quaranta minuti del mattino. A casa le persone iniziano a pensare alla loro giornata lavorativa. In lontananza vedo il posto di blocco per il cambio scorta della polizia turistica. Soldati seduti, in piedi, che passeggiano: un’aria di attesa continua, una guerra che non li sfiora, compresi nel loro ruolo a pensare solo ed esclusivamente a come indossare il loro fucile semiautomatico nel modo più fiero e imponente. Hanno le divise sporche.

È un mattino più centrale, ora. Abbiamo macinato chilometri su una strada che credevamo diritta e invece si svolge tortuosa tra concavi e convessi pietrosi. Niente è come sembra. Il deserto lo immagini di sabbia fina e rossastra, ma in realtà è fatto di rocce sgretolate e arbusti secchi. Passa un ragazzo con un gregge di capre. Che cosa mangeranno mai, chiede il turista seduto dietro me. Come fanno a vivere qui, aggiunge sua moglie. Gli stessi che, in patria, alle notizie di sbarchi clandestini, commentano ci vorrebbero le armi a bordo delle nostre motovedette al largo delle coste italiane. Armate e operative. Qui, in terra straniera, siamo stranieri noi. Osserviamo, critichiamo, giudichiamo. Chiediamo come sia possibile, come facciano, come possano. Dimentichiamo l’accelerata in auto quando al semaforo osano lavarci il parabrezza. Fa caldo, sempre di più, il sole filtra dal finestrino dell’autobus. Ho sete. La nuvola in cielo non raffredda la luce attorno.

La giornata è scivolata veloce. Torniamo indietro, la gita turistica è al termine. La nuvola in cielo inizia il tramonto tra case distrutte da incuria, spazzatura ovunque, bambini in corsa, persone sedute sui talloni a parlare. Tantissime. Le vedi dappertutto, accovacciate, a parlare. Ti chiedi: che cosa si dicono? Di cosa discutono? È il loro lavoro, stare davanti a una porta a dire? I negozi brulicano, ma al di fuori. Dentro c’è al limite un anziano seduto su una sedia con nessuno con cui chiacchierare. Forse è solo proprio perché seduto: se potesse ancora accucciarsi a terra, la galabeja a sfiorare lo sporco del marciapiede, di certo troverebbe un compagno con cui criticare il pullman che sfreccia tra i carretti e le fiat anni ’70 con il cruscotto coperto di pelliccia di cammello. I dossi acuminati e i posti di blocco delimitano i confini delle città, scopriamo grazie alla nostra guida che orgoglioso ci mostra angoli di vita del suo popolo. All’improvviso l’autista si ferma, apre la porta, si fionda in strada. Il panico ci prende, a casa nostra non succederebbe mai una cosa del genere. Lo vedo correre in un negozio, parlare con il vecchio seduto all’interno. Parlottano. L’autista torna da noi, in mano un sacchetto di plastica trasparente a mostrare pistacchi e un pacchetto di sigarette marca Cleopatra. La porta si chiude appena in tempo per lasciarmi sentire la voce del muezzin chiamare alla preghiera.

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