La crocetta nella piana

21 May 2006 Comments Off

di Luisito Bianchi

I

L’arciprete le croci benediva
alla mattina il venticinque aprile;
poi per i campi la gente fluiva
portando la sua croce ed un badile.

La conficcava al centro del frumento
che lattiscente odorava di reste,
e la croce vegliava al crescimento
contro le talpe i ladri e le tempeste.

Eran due rami di salice ambrato
con un ciuffo d’ulivo benedetto;
vegliava ancora sul grano tagliato,

poi la portava un angelo al cospetto
di Dio a prova di pane sudato
in obbedienza all’antico precetto.

II

Quando le nubi del bollore estivo
s’addensavano cupe sulle piane,
zia sull’aia bruciava l’ulivo
l’arciprete suonava le campane.

Io pregavo la croce del frumento
che proteggesse il nonno nel casotto,
poi un fulmine arava il firmamento
e rovesciava grandine di botto.

L’aia echeggiava di tonfi e di tuoni:
«Misericordia – gridava la nonna –
dominazioni, potestà e troni!

Senti come sbatacchia la sua donna
quel demonio! Pietà, santi patroni!
Su, ridi, e di’ un’ave alla Madonna».

III

Nonno rientrava con l’arcobaleno
sull’aia avvolta d’un velo iridato;
portava l’orma di pioggia e di fieno
con lo stupore d’un miracolato.

Gli andavo incontro: «E la croce c’ha fatto»?
Sorrideva: «Ha deviato la saetta
dalla mia testa, giuro, mangio un gatto
se non è vero, è proprio benedetta».

«L’anno che viene, il venticinque aprile
le infilo in cima due rami d’ulivo
– sospiravo compunto – ed in cortile

bruciamo assieme l’incenso votivo».
«E io ti faccio giocare in fienile».
«Merda* al demonio», ridevo giulivo.

* Da bambino educato non dicevo queste parole, nemmeno contro il demonio. «Vaca», invece, era il termine imprecatorio che usavo. Potete cambiare con «vaca al demòni», per dirla in dialetto. Il verso corre ugualmente, e il concetto pure.

IV

Non ci sono più croci nelle piane
coi canti delle quattro rogazioni;
san Marco fa memorie partigiane
e presiede sfibrate processioni.

Ma io vedo nei campi ancora croci
d’uomini e donne uccisi in dignità;
ascolto ancora sui fossi le voci
dei loro canti in lode a libertà.

In fondo non si spezza tradizione:
la croce passa il testimone ai morti
in un’unica lieta rogazione

dei ribelli a san Marco uniti in sòrti
di grazia per donare l’aspersione
di sangue ed acqua nuovi ai campi e agli orti.

Note

I.
La crocetta nella piana. I tuoni erano colpi di zoccolo che il demonio dava alla sua donna durante un litigio; i tocchi del campanone ricordavano al demonio che se lui aveva i suoi cannoni i cristiani avevano le loro campane; il fumo dell’ulivo benedetto bruciato metteva in fuga il demonio coi suoi nuvoloni carichi di tempesta; la crocetta non avrebbe permesso che il demonio facesse un dispetto al lavoro dei cristiani. Superstizioni? Ma no, alla gente premeva il raccolto non il demonio; e se Dio voleva, poteva dare una mano. Se non voleva, c’erano ancora sospiri, imprecazioni e lacrime di riserva, perché questa era la vita in sodalizio coi campi. Anche per chi si sarebbe dovuto accontentare della spigolatura. Il 25 aprile, giorno delle Litanie Maggiori, con solenne processione per i campi, coincise con la festa di san Marco introdotta successivamente. Inutile, cari, che vi ricordi che cosa rappresentarono nella mia crescita di uomo il 25 aprile 1945 e il periodo precedente della Resistenza. Lo sconcio, venuto a galla quasi subito e accumulatosi ogni giorno più con insopportabile protervia, penso abbia una sua radice nell’avere o dimenticato, o irriso, o strumentalizzato quella data di «nuova aspersione».

IV.
Il 25 aprile 1945 stavo entrando nei 18 anni. Allora, si era maggiorenni per la legge solo ai 21 compiuti. E tuttavia proprio quel giorno, in deroga a ogni legge, segnò il mio ingresso nella maggiore età, dando così un sapore nuovo, o rendendomene cosciente, alla mia avventura d’uomo. Per quello che sono, parte del debito è dovuta a quei «ribelli per amore» che ancora oggi, facendone memoria, sostengono e confortano, nella Resistenza su tutti i fronti, a vivere in dignità e libertà.

 

in Luisito Bianchi, Forse un’aia

 

Vedi: Le rogazioni

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