Sfilacciature di fabbrica

25 May 2005 Comments Off

XI

 

Signore, i miei pori oggi

si sono dilatati all’improvviso

e m’hanno inzuppato anche la tuta.

È cominciato il caldo nel grande reparto,

che ci seguirà fino a ottobre e oltre,

oggi festa del tuo servo Marco

e giorno di penitenza

per tanto sangue risucchiato

dalla spirale del potere.

 

Sono venuto al lavoro per strade deserte

con qualche bandiera rassegnata

sulle banche e sulle caserme.

Non è giorno di gioia oggi

né per nostro fratello Marco

che scappò dalle brame del sinedrio

lasciando come segno un lenzuolo afflosciato

né per i canti di quei giorni

che adesso accenno con voce triste:

fischia il vento urla la bufera

partigiano portami via…

 

L’abbiamo di nuovo catturato

nostro fratello Marco

e gli abbiamo messo adosso

lenzuoli di porpora

come si addice a un cortigiano;

le nostre gole si sono chiuse

sui canti della liberazione

per paura che a quel richiamo

i morti rispondessero

e riscendessero dalle montagne

affamati ai nostri supermercati,

pidocchiosi per le nostre toilettes di lusso.

Non ci rimane più nulla di quei giorni,

tutto è in ordine

allineato come queste tine

dal ventre gravido di benessere spappolato

da tutti atteso e adorato.

 

Signore, ho le gambe senz’anima

che si piegano come quelle di un cavallo bolso

ma dobbiamo far fruttificare

la terra irrorata da sangue dei giusti

e allinearci in ordine

in memoria di nostro fratello Marco

e dei nostri fratelli morti in questo giorno.

Non si sente fischiare il vento

nei felpati postriboli del potere

né Paolo osa più rifiutare Marco

per non spezzare l’unità della tua chiesa.

I ribelli per amore

non hanno né imprimatur né indulgenze

sulla loro preghiera

e i fazzoletti rossi usi alla bufera

sono custoditi pieghettati

nelle capaci tasche dell’opposizione.

 

Vedi Signore, nel grande reparto

la follia è sempre in agguato

se ancora posso udire

nel torturante vociferare dei motori

il canto d’amore che scende dalle montagne

e vedere nostro fratello Marco

aggirarsi senza lenzuolo

fra il ginepraio delle tine

raccogliendo il canto dell’amore ribelle

in faciem Pauli.

 

Folle davvero io sono

nel vivere oggi saltellando sulle scale

come fossero picchi di montagne

e gettare il lenzuolo

che copre il mio corpo sudato

in pasto alle tarme

che non hanno posto nel tesoro

del Regno dei cieli.

Doppiamente folle o Signore

nello spiegare il mio canto

col fiato che mi rimane di questa lunga giornata

per credere ostinatamente

che nel deserto nasce la primavera

e al di là della notte

il sole s’annuncia.

 

 

25 aprile 1969, 2° turno

 

In: Luisito Bianchi, Sfilacciature di fabbrica. Preghiere all’ossido di titanio 1969-1970, Scuola Tipografica S. Benedetto di Viboldone, 2002, p. 58-60

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